C’è stato un periodo della mia vita in cui non riuscivo a stare fermo. Non nel senso fisico — anche se quello c’era. Intendo dire che dentro di me tutto si muoveva in modo frenetico e caotico, come se qualcuno avesse rovesciato un cassetto pieno di cose appuntite e non ci fosse modo di raccoglierle senza farsi del male. Avevo sviluppato un rapporto con certi meccanismi di fuga — chiamiamoli così, volutamente vaghi — che all’inizio sembravano gestibili. Poi indispensabili. Poi inevitabili.
Non mi riconoscevo. O meglio: mi riconoscevo benissimo, e quello era il problema.
Il momento in cui ho preso in mano una penna
Non è stato un gesto eroico. Non c’è stata musica in sottofondo, né una rivelazione improvvisa. C’eravamo solo io, un quaderno comprato per sbaglio al supermercato perché stava vicino alle batterie, e una sera in cui non sapevo letteralmente cosa fare con me stesso.
Ho cominciato a scrivere. Roba confusa, sconnessa, senza punteggiatura e con almeno tre metafore che, rileggendole dopo, mi hanno fatto ridere per quanto fossero brutte. Niente di profondo. Niente di letterario. Solo parole buttate giù come si butta la spazzatura — con una certa urgenza e senza troppa cura.
Eppure, finito di scrivere, mi sono accorto di una cosa strana: stavo respirando. Non nel senso che prima non respirassi — quello lo davo per scontato, almeno biologicamente. Intendo che c’era qualcosa di diverso nell’aria. Come quando apri una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo. Non era guarigione. Non era soluzione. Era solo: un millimetro di spazio tra me e quello che stavo vivendo. Un millimetro sembra niente. Ma quando sei schiacciato contro qualcosa, un millimetro è la differenza tra soffocare e respirare.
Quello che ho capito — lentamente, a modo mio
Nelle settimane successive ho continuato. Non con disciplina — con quella non avevo un gran rapporto in quel periodo. Ma con una certa ostinazione irregolare: scrivevo quando ne avevo bisogno, quando l’urgenza tornava, quando il cassetto interiore minacciava di rovesciarsi di nuovo.
A volte scrivevo. A volte disegnavo — e disegnare per me significava fare forme senza nome su carta, perché disegnare in senso tecnico non l’ho mai saputo fare e non è questo il punto. A volte registravo messaggi vocali a me stesso che non riascoltavo mai, ma che valevano lo stesso perché l’atto di dire le cose ad alta voce le spostava da dentro a fuori.
Quello che ho capito, nel tempo, è che il problema con il disagio — qualunque forma prenda — è che occupa tutto lo spazio disponibile. Non lascia angoli liberi. Non lascia una sedia dove sedersi e osservare. Ti mette dentro la scena, sempre, senza possibilità di uscire dalla parte. La creatività mi ha dato un posto fuori dalla scena. Non permanente, non garantito — ma reale. E da fuori dalla scena le cose si vedono diversamente. Si vedono, già è qualcosa.
Non stavo diventando un artista. Stavo diventando qualcuno che aveva qualcosa da dire. Anche quando quello che dicevo era confuso, sbagliato, o scritto con la grafia di un bambino di sette anni stanco.
La condivisione — la parte che non avevo previsto
A un certo punto ho fatto una cosa che non avevo programmato: ho condiviso qualcosa. Non tutto. Non le cose più brutte, quelle le tengo ancora nel cassetto per me. Ma una parte — una piccola parte — l’ho mostrata a qualcuno. Prima a una persona sola, quella di cui mi fidavo di più. Poi, gradualmente, a qualcuno in più.
La reazione che non mi aspettavo era questa: “Anche io”.
Due parole. Le più potenti che esistano, credo, quando si parla di cose difficili. Perché quello che avevo creduto fosse solo mio — quella roba confusa, quella vergogna, quella fatica specifica di stare dentro certi meccanismi — non era solo mio. Era riconoscibile. Era condivisibile. Era, in qualche modo assurdo e meraviglioso, comune.
Ecco cosa fa la condivisione creativa che la sola elaborazione privata non riesce a fare: ti restituisce all’umanità. Ti ricorda che non sei un caso a parte, un’anomalia, una persona fondamentalmente più rotta delle altre. Sei qualcuno che ha attraversato qualcosa di difficile — e che ha trovato un modo per dirlo.
Dire le cose non le risolve. Ma impedisce loro di crescere indisturbate nel buio. E le cose che crescono nel buio, lo sappiamo, tendono a diventare molto più grandi di quello che sono davvero.
Perché te lo racconto
Non te lo racconto per convincerti che la creatività è la soluzione. Non lo è — o almeno, non da sola, non per tutti, non sempre. Il percorso che ho fatto ha avuto molte componenti, e sarebbe disonesto ridurlo a “ho preso un quaderno e stavo meglio”.
Te lo racconto perché in questo blog parleremo spesso di espressività come strumento. E volevo che tu sapessi che non è una teoria che ho letto da qualche parte, non è una tecnica che ho imparato a un corso di formazione con le sedie in cerchio e i foglietti adesivi colorati. È qualcosa che ho usato davvero. Che uso ancora. Che mi ha insegnato — tra le altre cose — che esiste una versione di me che sa stare dentro le cose senza esserne travolto.
Quella versione ha una voce. L’ho trovata scrivendola. La tua ce l’hai anche tu. Anche se adesso non la senti.
Domande Frequenti (Faq)
La scrittura terapeutica è una pratica che consiste nel mettere per iscritto pensieri, emozioni ed esperienze personali per favorire consapevolezza, benessere emotivo e gestione dello stress.
Tra i principali benefici della scrittura terapeutica ci sono una maggiore chiarezza mentale, la riduzione del carico emotivo, una migliore gestione delle difficoltà personali e una maggiore conoscenza di sé.
No. La scrittura terapeutica non richiede competenze letterarie. L’obiettivo non è creare un testo bello da leggere, ma esprimere liberamente ciò che si prova senza giudizio.
Molte persone utilizzano la scrittura terapeutica per affrontare periodi di stress, cambiamenti, ansia o difficoltà emotive. Scrivere può creare uno spazio di riflessione e aiutare a dare forma a ciò che si vive.





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