Prima di parlare di dipendenze — quelle vere, quelle pesanti, quelle che portano le persone a cercare un blog come questo — voglio fare un passo indietro. Un passo lungo circa quarant’anni, nel mio caso. Forse più, forse meno, nel vostro. Voglio parlare della prima dipendenza. Quella di cui nessuno parla perché tutti la danno per scontata, perché è universale, perché è così fondamentale da essere diventata invisibile.
Voglio parlare del momento in cui siete nati.
La grande traversata — ovvero il coraggio di passare da una parte all’altra
Immaginate — e so che è un esercizio difficile, visto che nessuno di noi conserva memoria diretta dell’evento — di stare benissimo. Caldo costante. Nutrimento automatico. Nessuna bolletta, nessuna sveglia, nessuna decisione da prendere. Un ambiente perfettamente calibrato sulle vostre esigenze, che si adatta a voi in tempo reale senza che dobbiate chiedere niente. Buio confortante, suoni ovattati, la sensazione di essere contenuti, tenuti, curati in modo totale e incondizionato.
Stavate – per usare un termine tecnico – benissimo. Poi, senza preavviso — o con un preavviso che avete volutamente ignorato, perché eravate già umani anche allora — qualcuno ha deciso che era ora di uscire. Il mondo là fuori reclamava la vostra presenza. E voi, che non avevate ancora né parole né opinioni ma avevate già un carattere, siete passati attraverso quello che in termini medici si chiama canale del parto e che io preferisco chiamare con il suo nome più onesto: la prima finestra.
Ogni grande trasformazione della vita assomiglia a quella prima: buio, pressione, il terrore di non sapere cosa c’è dall’altra parte, e poi — luce. Rumore. Freddo. E qualcuno che ti aspetta.
Benvenuti nell’altra dimensione. Qui fa più freddo.
Da un lato della finestra: tutto quello che conoscevate. Dall’altro: tutto il resto.
Il primo impatto con questa nuova dimensione è, oggettivamente, traumatico. Luci al neon. Temperature imprevedibili. Rumori senza senso. Un corpo che all’improvviso deve fare cose — respirare, per esempio, che prima era automatico e adesso richiede un certo impegno personale. E soprattutto: la scoperta improvvisa e brutale che non siete più il centro gravitazionale dell’universo.
O meglio: lo siete ancora, ma adesso dovete comunicarlo. Dovete chiedere. E l’unico strumento comunicativo che avete a disposizione è un pianto che, nelle prime settimane, suona identico che abbiate fame, freddo, sonno o semplicemente un’opinione sul mondo.
È in questo momento — preciso, specifico, inevitabile — che nasce la prima dipendenza.
La mamma come sistema operativo
Nei primi mesi di vita, la madre non è una persona. È un’infrastruttura. Dico questo con tutto il rispetto e la meraviglia possibili, non come riduzione. Intendo che il bambino non distingue ancora tra sé e la madre — neurologicamente, emotivamente, praticamente. Lei è l’estensione naturale di quello che era il grembo: la fonte del calore, del nutrimento, del conforto, della regolazione. Quando lei c’è, il sistema funziona. Quando non c’è, il sistema va in allarme.
Tecnicamente, è una dipendenza totale. Completa. Senza margini, senza alternative, senza la minima possibilità di autosufficienza. Il bambino non sopravvive senza di lei — o senza qualcuno che la sostituisca con la stessa dedizione assoluta. E la cosa straordinaria — quella che mi ha sempre colpito quando ci penso — è che questa dipendenza totale non viene vissuta come una prigione. Viene vissuta come casa.
La prima dipendenza ci insegna qualcosa di fondamentale: non tutte le dipendenze sono uguali. Alcune ci tengono in vita. Il problema non è dipendere — è da cosa, e come, e quando smettere.
Il lento apprendimento dell’autonomia — ovvero: mollare la presa senza cadere
Nei mesi e negli anni successivi, succede qualcosa di graduale e straordinario. Il bambino comincia a sperimentare la distanza. Prima un metro. Poi cinque. Poi una stanza. Poi una casa intera. Poi una scuola, un quartiere, una città. Ogni distanza conquistata è una piccola morte della dipendenza originale — e una piccola nascita di qualcosa che si chiama sé stesso.
Ma — e questo è il punto che mi interessa — quella prima dipendenza non sparisce mai del tutto. Si trasforma. Si sublima. Si sposta su altre persone, altre abitudini, altri oggetti, altri rituali. Siamo creature che nascono bisognose e imparano, lentamente e imperfettamente, a gestire quel bisogno.
Chi non impara, o chi in quel primo apprendimento incontra qualcosa che va storto — un’assenza, un trauma, un vuoto che nessuno ha saputo riempire — porta con sé quella fame originale. E quella fame, nel tempo, cerca di saziarsi con quello che trova. A volte trova cose buone. A volte trova le sigarette, la bottiglia, lo schermo, il gioco.
Non per cattiveria. Non per debolezza. Per la stessa ragione per cui il neonato piange alle tre di notte: perché ha bisogno di qualcosa, e non sa ancora come chiederlo diversamente.
Perché vi racconto tutto questo
Perché in questo blog parleremo spesso di dipendenze — quelle difficili, quelle che fanno male, quelle che cambiano le persone e chi gli sta accanto. E voglio che lo facciamo sempre tenendo presente questo: abbiamo cominciato tutti così. Dipendenti totali, vulnerabili assoluti, affidati completamente a qualcun altro per sopravvivere.
Non c’è niente di anomalo nell’avere bisogno. Non c’è niente di patologico nel cercare qualcosa che ci contenga, che ci scalfi, che ci faccia sentire che dall’altra parte della finestra qualcuno ci aspettava.
La dipendenza problematica non è un difetto di fabbrica. È una risposta umana a un bisogno umano, che ha trovato una soluzione sbagliata. E capirlo — davvero capirlo, non solo saperlo — è il primo passo per guardare sé stessi e gli altri con qualcosa che assomiglia alla compassione.
Siamo tutti, in fondo, quel neonato che ha appena attraversato la finestra. Alcuni di noi stanno ancora cercando qualcuno che li aspettava dall’altra parte.





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