Quando l’alcol non esisteva

Breve storia del divertimento umano prima che qualcuno scoprisse la fermentazione. E dopo, su un pianeta più fortunato di questo.

C’è una domanda che mi faccio spesso, di solito di domenica mattina quando leggo le cronache del sabato sera: ma prima dell’alcol, come facevano?

La domanda non è retorica. È genuinamente storica, antropologica, esistenziale. Gli esseri umani hanno bisogno di divertirsi — è una costante biologica, non una frivolezza. Il gioco, il rito, l’euforia collettiva esistono da prima che Homo sapiens sapesse dire la parola ‘spritz’.

Quindi: cosa c’era prima? E soprattutto — esiste da qualche parte un modo di stare insieme, ridere, sciogliersi, dimenticare per qualche ora il peso di essere vivi, senza bisogno di una bottiglia come intermediario?

Ho deciso di indagare. Con il rigore scientifico che mi contraddistingue, che è pari a zero ma compensato da un entusiasmo considerevole.

La preistoria del sabato sera

Cominciamo dall’inizio. I nostri antenati preistorici — quelli che vivevano in grotte, indossavano pelli di animali e non avevano ancora inventato né l’alcol né il lunedì mattina — si divertivano comunque.

Come? Principalmente attraverso tre attività fondamentali che, se ci pensate, non sono poi così diverse da quelle di oggi:

Il fuoco. Accendevano un fuoco, ci si sedevano intorno e stavano lì. Niente da bere, niente da guardare, niente da scorrere con il pollice. Solo fiamme, calore, e la compagnia di persone con cui condividevano una caverna. Gli studi antropologici suggeriscono che passavano ore a fissare le fiamme, a raccontare storie, a ridere. Il fuoco abbassava la guardia. Creava intimità. Faceva esattamente quello che alcune persone oggi chiedono al vino di fare.

La danza. Prima ancora di avere parole complesse, gli umani avevano ritmo. Battevano le mani, i piedi, oggetti contro oggetti. Si muovevano insieme. La danza collettiva produce endorfine, sincronizza i battiti cardiaci, crea un senso di appartenenza tribale che ha pochissimi equivalenti nella chimica moderna. Era, a tutti gli effetti, uno sballo naturale — e completamente gratuito.

Il racconto. Qualcuno cominciava a parlare — probabilmente il più anziano, probabilmente seduto nel posto migliore vicino al fuoco — e gli altri ascoltavano. Storie di cacce, di pericoli scampati, di creature immaginarie. Il cervello umano immerso in una buona storia rilascia dopamina esattamente come farebbe con una sostanza. Non è una metafora. È neuroscienze.

Gli umani hanno cercato l’euforia collettiva da sempre. L’alcol è arrivato dopo. È una soluzione, non il problema originale. Il problema originale è meraviglioso: vogliamo stare bene insieme.

Il Pianeta Sobrius — una storia vera che non è mai accaduta

A questo punto mi sento in dovere di introdurre Sobrius.

Sobrius è un pianeta che ho scoperto recentemente durante una delle mie ricerche — definisco ‘ricerche’ quello che altri chiamerebbero ‘guardare fuori dalla finestra mentre piove’. È un pianeta straordinariamente simile alla Terra, con una differenza fondamentale: i processi di fermentazione, lì, non esistono.

Niente vino. Niente birra. Niente grappa della nonna tenuta in un barattolo di vetro senza etichetta. Niente di niente.

I Sobriusiani — così chiamo gli abitanti, con la licenza poetica che mi sono auto-concesso — hanno dovuto inventarsi il divertimento da zero. E il risultato, devo ammetterlo, è abbastanza impressionante.

Ecco cosa fanno il sabato sera su Sobrius.

Il sabato sera su Sobrius

I bagni di suono. I Sobriusiani si riuniscono in spazi appositamente costruiti dove vengono prodotte frequenze sonore calibrate per indurre stati alterati di coscienza. Non è fantascienza — è quello che succede già qui sulla Terra con certi concerti, certe musiche, certi silenzi. Lì lo hanno semplicemente reso sistematico. Si entra sobri, si esce diversi. Nessun mal di testa il giorno dopo.

Le maratone di racconto collettivo. Una persona comincia una storia. Al punto cruciale si ferma e passa la parola al vicino, che la continua. Poi al successivo. La storia prende direzioni imprevedibili, assurde, spesso bellissime. Ridono tantissimo. Litigano quasi mai perché nessuno è abbastanza lucido da prendere le cose sul serio — paradossalmente, la sobrietà assoluta, quando è condivisa e intenzionale, produce una leggerezza sorprendente.

Il movimento libero. Non la danza nel senso in cui la intendiamo noi — con le sue regole, i suoi generi, i suoi giudizi estetici. Il movimento libero di Sobrius è più vicino a quello che fanno i bambini quando nessuno li guarda: ci si muove come si vuole, si occupa lo spazio, si interagisce con gli altri attraverso il corpo senza mediazioni verbali. Sembra ridicolo. Funziona in modo straordinario.

Le confessioni anonime pubbliche. Il momento più atteso della settimana. Ogni Sobriusiano può alzarsi e dire una cosa vera — una paura, un desiderio, una cosa stupida che ha fatto — senza essere giudicato. Il pubblico risponde solo con gesti, mai con parole. È commovente e divertente in eguale misura. Sembra, pensandoci, molto simile a quello che le persone sperano di trovare quando bevono: il coraggio di essere veri.

Quello che i Sobriusiani hanno capito, e che noi stiamo ancora imparando, è questo: le persone non vogliono bere. Vogliono quello che credono che il bere darà loro. E quella cosa — il coraggio, la leggerezza, la connessione, l’oblio temporaneo — esiste anche senza.

Tornando sulla Terra — e nella realtà

Sobrius non esiste. L’ho inventato, come avevo onestamente anticipato.

Ma le cose che succedono lì — i bagni di suono, il racconto collettivo, il movimento libero, la verità condivisa — esistono anche qui. Le chiamiamo concerti, serate di improvvisazione teatrale, danza-movimento-terapia, gruppi di condivisione. Esistono. Funzionano. Sono accessibili.

Il punto non è demonizzare l’alcol — non è questo blog, non è questo Prof. Il punto è chiedersi, ogni tanto, cosa sto cercando davvero quando stendo la mano verso un bicchiere.

Se la risposta è ‘voglio rilassarmi’, c’è una passeggiata di trenta minuti che fa la stessa cosa più lentamente.

Se la risposta è ‘voglio ridere con gli amici’, c’è una serata intorno a un fuoco — metaforico o reale — che produce lo stesso risultato senza il rischio di mandare messaggi imbarazzanti alle 2 di notte.

Se la risposta è ‘voglio smettere di sentire per qualche ora’, allora quella è la risposta più importante di tutte. Perché quello che non vogliamo sentire ha sempre qualcosa da dirci.

E a volte, se glielo lasciamo il tempo, lo dice in modo sorprendentemente gentile.

Sobrius accetta candidature. I requisiti sono: curiosità, voglia di ridere, e la disponibilità a sembrare leggermente ridicoli almeno una volta a settimana.

I Sobriusiani sostengono che sia il requisito minimo per una vita decente.

Sono d’accordo.

Prof. Lumen – ricercatore della leggerezza emotiva
L'autore

Prof. Lumen

Non uno psicologo, non un coach. Un alleggeritore. Studia come restare umani quando tutto si appesantisce — con ironia gentile, osservazioni lucide e strumenti pratici per chi vive accanto a situazioni difficili.

Scopri chi è il Prof →

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La Prima Dipendenza

La Prima Dipendenza

Prima di parlare di dipendenze — quelle vere, quelle pesanti, quelle che portano le persone a cercare un blog come questo — voglio fare un passo indietro. Un passo lungo circa quarant'anni, nel mio caso. Forse più, forse meno, nel vostro. Voglio parlare della prima...